Lettera da Taizé
(Lettera da Taizé, 1974)
Si ha l'impressione di essere piccole formiche,
di fronte alla grande quercia da abbattere.
Non mi dispero di fronte a tutto ciò.
So bene di non essere solo,
di non essere l'unico.
Ormai la maggioranza
sa come è sfruttata.
Ma manca una cosa.
La speranza.
E oggi non può più essere
un credere che qualcosa cambierà.
Oggi la speranza deve essere
la certezza che domani cambierà,
che il mondo sarà costruito e diretto dai poveri.
Testimoniare la speranza nei tempi della disperazione (sintesi)
Tutti oggi hanno la percezione di un periodo buio della storia umana.
Guerre sono in corso in diverse regioni. Un conflitto esteso e violento si è scatenato nel Medio Oriente di fronte alla impotenza delle strutture internazionali e all'inefficacia delle proteste di molte nazioni. Mentre alcuni popoli soffrono la fame, altri sperperano enormi ricchezze per la produzione di armi sofisticate e per beni voluttuari anche dannosi Le scelte degli organismi economici mondiali sembrano favorire sempre più gli interessi dei popoli ricchi a danno dei più poveri. Il nostro tempo perciò non sembra essere ricco di speranze. Non pochi esprimono forti timori per il futuro della storia umana.
Le ragioni della sfiducia
La spiegazione di questo fatto, che può sembrare contraddittorio, è invece abbastanza semplice.
Il progresso ha fatto cadere le illusioni, la disponibilità dei beni ha fatto scoprire l'insufficienza delle cose, il grande numero delle possibilità oggi offerte, ha reso più facile la scoperta degli idoli.
Cosa puoi aspettarti dal futuro, quando sai già che i beni a disposizione non daranno la risposta che attendi?
La ragione della insoddisfazione sta in un errore di bersaglio e in una confusione di orizzonti. Le cose, le situazioni, le persone sono simboli di beni più grandi e definitivi che suscitano speranze assolute. Queste, perciò, non si esauriscono e non trovano piena soddisfazione nelle cose.
L'attuale nostra società propone come ragione di vita miraggi molto precisi: investimenti redditizi, lavori ben remunerati, carriere veloci, successi nel lavoro, conquiste amorose, piaceri facili. Queste situazioni con frequenza vengono reclamizzati come situazioni ideali e proposti come ragioni di speranza. La felicità dell'uomo viene annunciata e perseguita sulle vie del potere economico e politico, del piacere sessuale a buon mercato, delle soddisfazioni derivanti dal possesso sempre più esteso.
Sono gli ideali, riconducibili ai tre "P" delle idolatrie consumistiche: possesso, piacere, potere che la nostra società propone continuamente. Essa diffonde la convinzione che la felicità dell'uomo viene dalla utilizzazione di beni sempre più numerosi, dalla acquisizione di potere sempre maggiore, dalla soddisfazione degli istinti sempre meglio assecondati. In tale modo vengono diffusi i meccanismi tipici della nostra società dei consumi.
Giovanni Paolo II in una enciclica di carattere sociale ha osservato che "l'eccessiva disponibilità di ogni tipo di beni materiali in favore di alcune fasce sociali, ..rende facilmente gli uomini schiavi del 'possesso' e del godimento immediato, senza altro orizzonte che la moltiplicazione o la continua sostituzione delle cose, che già si possiedono, con altre ancora più perfette".



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